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Ho quasi settant’anni. Mi chiamo Salomone, come mio nonno. E prima ancora il mio bisnonno. Ed ancora prima, non lo so. Forse pure. E’ un nome che deriva dall’ebraico Shelomoh da shalom “pace”. Significa infatti “pacifico”. Ed io lo sono. Lo sono sempre stato, tranquillo e quieto. Un pensatore solitario. Taciturno, molto spesso. Preferisco un libro alla televisione, che non possiedo. Ma ho le pareti foderate di libri. Libri ovunque. In alto, per terra, in bagno ed in cucina.

Ho sempre pensato che solo uno come me avrebbe potuto trascorrere oltre quaranta anni della propria vita in un vecchio faro isolato. Un faro dismesso. Un faro senza lampade sul tetto, che non serve più a nessuno, ma che un tempo era ricercato e prezioso per chi navigava nei mari ventosi. Ho comprato il faro che già era spento. Era un rudere decadente, con le finestre divelte dalle tempeste ma con gli arredi consumati lasciati dall’ultimo guardiano. Che non lo hanno lasciato restare, sostituito da una macchina automatica e messo in pensione lontano. Sostituito da un nuovo faro. Moderno. Automatizzato. Controllato da un computer remoto.

Abbiamo lavorato sodo ed a lungo per riportarlo in vita quel faro, per farlo rivivere, per andarci a vivere assieme. Sono stati anni meravigliosi quelli trascorsi con Artemisia. Il suo nome deriva dal greco e significa “dedicata ad Artemide”, la dea greca della caccia, della natura selvaggia e della protezione femminile. È associato a forza, indipendenza, mistero ed è legato anche all’omonima pianta, nota per le sue proprietà curative e magiche. E solo una donna di nome Artemisia avrebbe potuto trascorre la vita al fianco di Salomone. Al faro. Noi due ed il faro. Ancora là. Ancora assieme.

Mi allontano di rado e tutte le volte temo di non tornarci. La paura di non rivederlo mi attanaglia lo stomaco. Me ne vado senza girarmi, con un nodo alla gola, insopportabile strazio il vederlo allontanarsi. Lo immagino lontano, sempre più piccolo. Ed allora penso al ritorno. A quando lo rivedrò. E questo mi quieta.

E, sulla via di casa, mi fermo sempre nello stesso punto, un largo tornante lungo la strada che scende e poi risale. C’è un belvedere in cui tutti si fermano ad ammirare la costa. Ed io mi fermo ad ammirare lui. Il mio faro. La mia casa. E vedo la luce dentro le stanze circolari, scomode ed antiche. Non sono per vecchi, lo sappiamo, ma noi siamo certi che non ce ne andremo mai, se non per salire in cima. Davvero in alto.

La nostra vita è affacciata al mare. Abbiamo preso tempeste, fulmini, temporali e tanto sole. Abbiamo coltivato il nostro tempo, il nostro amore ed il nostro orto. Ci siamo amati e voluti bene. Abbiamo riso, pianto, discusso e vissuto. Vecchie mure circolari che ne hanno viste tante di cose. Ne avrebbero tante di storie da narrare.

E questa sera ho scattato la foto. Mi sono fermato, come sempre. Sono sceso dall’auto a guardare il mare, la costa ed il faro illuminato. L’ho vista dentro, la mia Artemisia, indaffarata in cucina. Ho alzato un braccio e l’ho salutata. Ma lei non mi vede, non può sapere che la sto ammirando.

Mi aspettano alla luce, nell’imbrunire, vecchie mura e il mio vecchio grande amore. Non mi serve altro, se non affrettarmi al faro. Troverò un caldo abbraccio, calme parole, un vecchio cane e tanto amore.


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