
Talmente puntuale da essere in anticipo.
Marco Bianchi, detto il barba. Ingegnere informatico, barbuto, di nonni siciliani, università a Napoli e lavoro a Milano. Corre sempre, trafelato. Quando parla, specie con le donne, si emoziona, non vengono le parole, sbava leggermente dall’angolo sinistro della bocca e si sistema – siste.ma.ti.ca.mente, da buon ingegnere – gli occhiali sul naso, usando il dito medio della mano sinistra. Porta la fede ma non è sposato. Nessuno sa se ha mai avuto una ragazza, una simpatia, una qualche avventura. E’ metodico, rigoroso e ama la musica. Se lo fate bere, Marco Bianchi, è difficile da trattenere. Tiene banco da solo per ore e ore, come fosse il Don Carlo di Verdi all’Arena. Eterno.
Marco Bianchi arriva sempre prima. Molto più che puntuale. Non ha timore di essere in anticipo, non ha paura di sedersi in prima fila. A volte sposta i foglietti dei posti davanti, quelli riservati ai VIP. Perchè tanto, loro non vengono mai. E se anche vengono, qualcuno non lo farà. Lui non si sposta. Prende posto in prima fila, apre lo zaino, nero, pesante e pieno di ogni utilità, si sistema gli occhiali con lil dito medio della mano sinistra, apre word, ed attende. Attende che l’evento parta. Anche se non sarà immediato, visto che lui è sempre in anticipo. Da qualche anno ha scoperto che con l’IA può far ascoltare il discorso e lasciare che sia “la-IA” – si, perchè per lui ora c’è solo la LaIA, lui vive per quella, nessun figa nella sua testa, c’è spazio solo per lei, la LaIA – a scrivere nel file Word. Ed alla fine, scappa via. Trafelato come è arrivato. Prima degli altri anche ad uscire. Corre a casa, a sistemare il file. Lo archivia, lo codifica. Lascia che LaIA estragga schemi, riassunti, punti cardine, concetti chiave. Se capita, pure grafici ed immagini. Vive per questo. Archivia nozioni. Incapace di ricordare cosa ha mangiato a colazione.
Marco Bianchi è uno stacanovista. Ore e ore ad elaborare dati. Fino a notte tarda. Io lo vedo di fronte, nella casa bianca. Vive al piano più basso ed io ci vedo dentro. Pigia tasti come se pigiasse l’uva. Ricava mosto dai dati, distilla bit. Prima o poi, se smette di correre, gli chiederò su cosa lavora. Perchè lui, Marco Bianchi, lavora sempre. Con la LaIA. Non lo giudico, non lo invidio, non lo compatisco. Se mi vedesse, penserebbe che sono inutile, perchè non pigio tasti. E non uso la LaIA. No. Quella la lascio a lui. Mi sembra più corretto.
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