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Oltre trent’anni fa.

Un caldo pazzesco, umidità, sudore e polvere. Avevo fermato la moto lungo la strada sterrata da cui ogni incrocio con altri mezzi faceva alzare una nuvola di terra che mi copriva i vestiti e dava l’impressione di entrare in un banco di nebbia padana.

Me ne stavo in piedi, estasiato, a scattare foto. Un panorama sterminato di colline verdi, risaie, palme, animali e schiene di contadini piegati a novanta. Le mani nell’acqua. In testa cappelli di paglia delle forme più variegate.

Silenzio e pace. Nessun rumore di traffico o auto. Solo lo stridio degli uccelli padroni di un cielo turchese, quello dei disegni dei bambini.

Dalla strada, in lontananza, sopraggiungeva una figura che camminava lento, costante, passo dopo passo saliva la collina. Sulla schiena portava un palo in legno con appese, alle estremità delle borse ed una cassa di vimini intrecciata. Una sorta di raffigurazione umana e reale della dea giustizia, che teneva in mano la bilancia. Lui era la bilancia. Saliva la collina. Lento. Piegato ma fiero.

Scattai qualche foto. Era un vecchio che vestiva un abito chiaro, logoro e macchiato. Abbassai la macchina incantato e curioso. Nella cassa di vimini portava delle galline, tranquille. Sull’estremità posteriore del palo erano fissate delle borse di tela, contenenti verdure. In perfetto equilibrio.

A pochi metri da me alzò lo squardo. Ci fissammo. Curiosi, fieri e sinceri. Con un cenno chiesi il permesso di fotografare. Sbattè entrambi gli occhi, velocemente, ed annuì impercettibilmente. Sollevai la macchina e puntai l’obiettivo. Una sola foto, ravvicinata. Nessuna parola. Nessun saluto. Uno sguardo fiero e curioso. Pochi istanti dopo mi dava la schiena, con il suo palo sulle spalle, in perfetto equilibrio. E le galline silenziose.

Ci siamo detti tutto. Senza parole. Magia.


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