
Pioggia battente. Colori apocalittici. Quella sera nelle vie del centro sembra scatenarsi un inferno. E nell’ade una ragazza se ne esce dal portone. Il vento si placa, come la volesse preservare. Apre l’ombrello. E fotografa.
Non ha un telefono ma una macchina fotografica. E’ strano. Siamo in pochi ad utilizzare la fotocamera, una rarità quando tutti oramai utilizzano solo lo smartphone. E ci sono miliardi di foto scattate ogni istante. Spesso inutili.
La fotografo pure io, che sono in giro a pescare immagini. Foto dagli inferi stasera.
Si gira. Mi osserva. La macchina le pende dal collo. Sorride. Mi sorride. Sbieca.
Sorrido. Forse non si è accorta della reflex che tengo in mano, il braccio lungo al corpo.
E’ bella, giovane e sorridente. Io sono senza ombrello, il viso nascosto dal cappuccio del parka. Fradicio. Devo sembrarle una creatura demoniaca. Un pazzo uscito da chissà dove.
Le sorrido.
“Un clima perfetto per qualche foto” mi dice. La sua voce è dolce e fuori luogo. Non ora. Non qui. Un angelo negli inferi. Assieme ad una creatura demoniaca.
Si alza un colpo di vento che le strappa l’ombrello. Lo trattine a forza e in fretta lo chiude. Poi apre il portone e se ne rientra da dove era uscita.
Strani incontri si fanno, all’inferno. Forse è popolato da angeli. Probabilmente meglio optare per una vita paradisiaca su questa terra se le conseguenze sono di finire all’inferno.
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